Racconti da La Favola mia           assaggi...

(opera vincitrice del Concorso Pubblica Con Noi 2012 - Fara Editore

 2^classificata)

Un giorno mio figlio tornò da scuola e mi disse: - Mamma, oggi ho preso dieci, anzi dieci e lode! Dieci e lode è il massimo! Sei contenta?

- Sono molto contenta! –  gli risposi orgogliosa.

Quando me lo disse avevo quarant’anni e avevo già fatto la più dolce delle scoperte: l’undici esisteva! Era una scoperta di cui andavo fiera, un privilegio, non a tutti concesso, perché troppi questo lo ignorano.

- Ora voglio brindare! – dissi a mio figlio.

Brindammo al suo dieci e lode con la migliore delle bevande, acqua naturale liscia con ghiaccio, proprio come piace a lui e, nel mio cuore, insieme a lui, brindai anche all’undici. Brindai all’undici insieme a colui che undici lo era già da sempre senza saperlo.

Poi andammo in camera e gli dissi: - Ti va se ti racconto una favola?

- Ci sto! - rispose con i suoi occhioni bellissimi – Ma non la solita noiosa per bambini, una delle tue! Una di quelle che non ci capisco niente, ma mi piacciono un sacco di più!

- Ok, un sacco di più! - risposi sorridendo.

Ecco, è proprio così l’undici, è un sacco di più!

E quando ti sbatte contro lo riconosci perché t’accorgi che non puoi schedarlo in un file che hai già, devi crearne uno nuovo, perché nessuno di quelli dove tieni archiviate le porzioni della tua vita va bene per mettercelo dentro.

E tu, che credevi di saper contare, ti ritrovi a sfogliare le tue dita, come un bimbo, ad una ad una, scoprendo, con stupore e meraviglia, che non bastano più.

 

 

 

 

I falchi dati in dono all'imperatore

 

Un giorno un falconiere regalò due falchi all’imperatore.
Uno era scarno, la sua apertura alare era disarmonica, i suoi piedi goffi ed impacciati; l’altro era il falco più bello che si fosse mai visto, il suo dorso era fiero ed eretto, le sue ali si dischiudevano elegantemente e il suo capo era diritto ed attento.
L’imperatore era lieto di questo dono e si recava ogni giorno ad ammirare i suoi falchi. Quello goffo e scarno, tutti i giorni, prendeva il volo e tornava la sera dopo aver solcato mille pianure; il falco bello ed elegante, invece, rimaneva immobile, con lo sguardo assorto ed assente, a solcare le mille pianure della sua mente.
– Come mi piacerebbe vederlo volare! – pensava ogni giorno l’imperatore.
Ma niente! Il falco dal petto fiero ed imponente rimaneva lì fermo a guardare.
Passarono gli anni ed un pomeriggio passò di lì un contadino. Il falco scarno e goffo era già volato via e l’uomo si fermò tutto il pomeriggio a parlare con il falco elegante ed eretto, poi, all’imbrunire, andò via. L’indomani, meraviglia delle meraviglie, il bel falco aveva dischiuso le sue ali e si era alzato nel cielo nel più ardito dei voli.
L’imperatore non stava più nella pelle e chiese ai suoi servitori se sapessero come ciò fosse mai potuto accadere. I servitori risposero che il giorno avanti avevano visto un giovane sedere tutto il pomeriggio accanto al falco e discorrere con lui. Allora il re chiese chi fosse questo giovane ed ordinò di rintracciarlo e condurlo a palazzo...

 

 

 

 

Un caso complicato sull'Astronave Zeta

 

Sull’astronave Zeta, gli ominidi di Lot, il pianeta più lontano dalla terra, erano alle prese con il caso più complicato che avessero mai dovuto studiare.

Avevano sentito dire che lontanissimo, sul pianeta terra, gli uomini si innamoravano e, grazie a questa specie di magia, facevano cose stranissime, arrivavano a formare famiglie e a vivere in case, taluni per sempre, accompagnandosi fino alla morte.

Mister A, signore di Lot, voleva assolutamente venire a capo di questa faccenda ed ordinò affinchè, alcuni uomini fidati del suo equipaggio, partissero alla volta del pianeta terra per scoprire tutti i misteri di questo strano fenomeno chiamato amore.

L’astronave arrivò sulla terra all’imbrunire e l’equipaggio sorvolò il cielo senza sosta spiando con grossi telescopi nelle case degli umani, nei parchi, nelle automobili, nei locali, per strada.

Alcune coppie parlavano tenendosi la mano e, con gli occhi abbandonati negli occhi, si dicevano cose all’apparenza inspiegabili ma belle da sentire, osservò Anz, capo dell’equipaggio. Altre coppie litigavano ma lo facevano con una forza strana nel petto e nello sguardo mai vista: forse, pensò Anz, questa forza strana era scatenata dall’amore. Altre coppie passeggiavano abbracciate, in pratica tenendosi l’un l’altro come per paura che l’altro potesse cadere e questo Anz lo trovò quasi ridicolo. Altri ancora giacevano in un letto e si sfioravano con le labbra e con le mani e si assaporavano l’un l’altro quasi si assaggiassero intrecciandosi in un modo così strano che Anz, per un momento, pensò potessero farsi del male.

- Non basterà spiare il loro comportamento - disse Anz – dovremo parlare con loro per capire il perché di questo fenomeno!

E così, decise di far scendere il raggio gravitazionale e prendere un campione di innamorati per capire esattamente cosa succede quando ci si innamora e cos'era l’amore.

Gli innamorati, terrorizzati, furono rapiti dal raggio di luce e si ritrovarono in un baleno sull’astronave.

- Sono Anz, capo di questa spedizione – disse il capitano agli umani terrorizzati. – Non vi faremo del male. Siamo qui, sulla terra, perché abbiamo una missione molto importante da svolgere. Dobbiamo conoscere tutti i segreti ed i meccanismi dello strano fenomeno chiamato amore...

 

 

 

 

Il grillo speciale

 

Un giorno gli animali videro la tartaruga, che era solita essere sempre stanca e lenta, dinamica ed in grande agitazione. Si preparava, indossando i suoi vestiti più belli, ed usciva di casa con passo veloce, così veloce come non la si era mai vista. 

- Dove vai, Tarta? - chiese la rana curiosa. - Non ti si vede mai in giro a quest’ora, è mattino presto, sei molto elegante e il tuo passo è lesto e deciso: c’è forse qualcosa che dovremmo sapere?

- Ho saputo - rispose Tarta emozionata, - che c’è un grillo molto speciale che conosce tutto sull’amore. Si dice di lui che ami come nessuno al mondo è capace d’amare. Si dice che canti alle sue amate le più belle canzoni d’amore e che le intrattenga con le più amabili conversazioni, ma non è un don Giovanni, tutt’altro, si dice di lui che sia sincero e leale. Si dice, inoltre, senti se hai mai sentito cosa più affascinante, che quando dice la verità sta scherzando, mentre, quando scherza, dice sempre la verità.

- Ah però! - rispose la rana. - A dire il vero no, non ho mai sentito cosa più affascinante, e tu stai andando a cercarlo?

- Certo! - rispose Tarta. - Ho aspettato l’amore una vita intera e non mi sono mai accontentata: o troppo noiosi, o troppo frettolosi, o troppo scontati, o troppo appiccicosi, insomma banali! È lui che voglio! Ora che so che c’è qualcuno così.

- Buon viaggio e buona fortuna – le disse la rana.

- Grazie - rispose Tarta, mettendosi in cammino...

 

A 3.000 metri sotto i mari

 

C’era una volta un’ostrica e c’era una volta un pesce lanterna.

Il pesce lanterna abitava nell’abisso 1.000, a 1.000 metri sotto i mari; l’ostrica abitava, invece, attaccata ad uno scoglio, nel fondale 40, a 40 metri sotto i mari.

Un bel giorno all’ostrica venne comunicato che doveva andare ad operare nell’abisso 3.000, ben 3.000 metri sotto i mari, e, dopo un po', al pesce lanterna, venne comunicata la stessa cosa.

Fu lì che s’incontrarono, non senza difficoltà per la loro specie, nell’abisso 3.000, a 3.000 metri sotto i mari.

Non mi piace il pesce lanterna, pensava l’ostrica, è pieno di sé e ha la puzza sotto il naso. Ma, in fondo, a me non piace più nessuno da un pezzo, perché mai questo pesce, sorridente e sicuro di sé, dovrebbe fare un’eccezione?

È diffidente, ed è proprio chiusa come un’ostrica, pensava il pesce lanterna, ma lì dentro, secondo me, c’è una perla, una perla che vale la pena di vedere.

Passarono i giorni e quell’ostrica chiusa, a tratti ostile e diffidente, cominciò a vedere nel pesce lanterna, pieno di sé e con la puzza sotto il naso, una luce speciale, e più la guardava e più le piaceva.

La luce che emana, pensava, non solo dà alle cose di sempre un riflesso diverso, nuovo, mai visto prima, ma, quando è rivolta a me, mi da serenità e gioia.

Il pesce lanterna, dal canto suo, guardava l’ostrica così intensamente e con così tanta curiosità ed interesse che, insinuandosi lentamente dentro alla sua conchiglia, sembrava dirle: - Apriti, fammi vedere cosa c’è dentro!

Passarono i giorni e i giorni diventarono mesi. L’ostrica si aprì a quella luce che aveva illuminato le cose in maniera diversa e il pesce lanterna potè finalmente vedere la perla che nascondeva agli occhi di tutti. Era luminosa, bella, scheggiata ma bella, bella come poche.

- Cosa ti piace di me? – domandò l’ostrica.

- Mi piacciono le perle e mi piacciono le imperfezioni, sono il segno dell’unicità. Mi piace la musica che hai dentro e che non riesci più a suonare. Raramente sento musica nelle specie  viventi: in te riesco a sentirla ed è la stessa che piace a me, dammi la mano e la suoneremo insieme.

Poi, tendendole la mano, le disse: - E a te cosa piace di me?

L’ostrica poggiò la mano sulla sua e disse: - Mi piace la luce con la quale riesci ad illuminare le cose, le cose nuove ed anche quelle di sempre. Mi piace il chiarore che hai dato al buio e mi piace la luce che hai dato a me.

 

È difficile incontrarsi in mare aperto, a loro era successo, era successo ad un’ostrica e ad un pesce lanterna, era successo a 3.000 metri sotto i mari.

Costruirono un filo invisibile e resistente a tutto. Un filo impercettibile lungo il quale correva il loro segnale, che percorreva gli abissi, in modo da potersi sempre trovare. Non solo a 3.000 metri ma a 40, 1.000, 2.000, 4.000, sempre! E quando il mare era agitato ci mettevano più impegno affinchè il segnale arrivasse anche nell’abisso più lontano.

Un brutto giorno, all’improvviso, il pesce lanterna si guardò attorno...

 

 

 

 

La vecchina che abitava la casa sulla spiaggia

 

C’era una volta una vecchina che abitava in una casa sulla spiaggia, aveva lasciato la città perché era stanca dei suoi rumori, dell’agitarsi frenetico della gente finta, impegnata in conversazioni finte, che viveva una vita finta.

Il mare, diceva, è vero e sincero. Ti mostra tutta la sua quiete e, senza celarsi dietro a nulla, ti mostra tutta la sua rabbia. La sera, infine, sul tardi, se ti fermi ad ascoltare il suo rumore, racconta mille storie e parla solo a te, a te soltanto.

Voglio finire i miei giorni ascoltando le sue storie, una ogni sera, pensava la vecchina, chissà che una sera non racconti anche la favola mia, sarebbe bello sentirla raccontare dal mare! Se qualche sera, invece, non mi parlerà, sarò io capace di parlare a lui.

La mattina si svegliava presto per vedere l’alba di un nuovo giorno che avrebbe portato il rumore del mare, poi si addormentava con il sole già alto che scaldava il suo viso sereno.

Una mattina si svegliò e vide una fanciulla correre sulla spiaggia con la mano in alto come tenesse un filo e con il viso sorridente rivolto verso il cielo. Scese in spiaggia e disse alla fanciulla: – Cosa fai? Sembra che tu regga qualcosa, ma io non vedo nulla! E perché corri con gioia e con affanno guardando il cielo?

- Tengo in mano il mio aquilone  –rispose la fanciulla. – Il vento lo fa andare così veloce che a volte ho paura che mi scappi.

- Ma io non vedo nulla! – rispose la vecchina. – Di che aquilone parli? Non hai nulla tra le mani!

- Oh, sì che ce l’ho! – replicò la fanciulla.

- Ma cosa dici? Tu, tu insegui il nulla! – disse la vecchina sgomenta.

– Io lo vedo - le disse la giovane – e questo è l’importante. Non mi importa che non lo vedano gli altri, l’importante è che lo veda io.

Ma cosa dici? – replicò la vecchina.  – L’importante non è che tu lo veda, l’importante è che esista davvero. E se tu vedessi qualcosa che non esiste?

- Se io lo vedessi – replicò la fanciulla – allora vorrebbe dire che esiste, ed io lo vedo!

- Tu insegui il nulla! – replicò la vecchina con fermezza.

La giovane allora le disse: - Io vengo qui ogni mattina con il mio aquilone. Se tu abiti qui, ti insegnerò a vedere quello che vedo io, giorno dopo giorno.

- Se tu verrai qui ogni mattina – rispose la vecchina – io avrò tempo a sufficienza per insegnarti a vedere che ciò che insegui è il nulla.

- D’accordo – disse la giovane. – Quindi, alla fine di questa amicizia, o io mi rassegnerò al fatto che sto inseguendo il nulla o tu ti rassegnerai al fatto che c’è anche ciò che non si vede...