Premio Lettera d'Amore 2014

Opera 2^ classificata

 

Quello che c'è dentro ai miei baci

 

 

 

Ciao Kiko,

oggi siamo tornati da scuola e, come tutti i giorni, passando davanti alla cassetta della posta, l’hai guardata, attento e deluso, con un segno d’interpunzione in faccia, una virgola, che t’arricciava il naso.

Mi sono sempre chiesta perché la guardassi, insistentemente, tutti i giorni. Oggi ho avuto la risposta. Hai detto: - Mamma, perché nessuno mai mi scrive? 

- Beh, non so perché nessuno scriva - ho risposto un po’ sorpresa. – Forse, perché, ai tempi delle chat, è diventato demodé. Ma dimmi, chi vorresti che scrivesse? Ti piacerebbe ricevere una lettera? E da chi?

- Non so da chi - hai risposto. - Ma mi piacerebbe, un giorno, in mezzo a tutte quelle carte, trovare una busta con su scritto: per Ludovico Alberto. Una lettera tutta mia, di qualcuno che ha qualcosa di bello da dirmi, da aprire, col mio nome sopra.

Mentre salivamo in ascensore, guardavo i tuoi capelli, le tue spalle; pensavo a quanto sei cresciuto e mi risuonavano in testa le tue parole: “ qualcuno che ha qualcosa di bello da dirmi”. Ma sono io! - mi veniva da urlarti. - Io ho qualcosa di bello da dirti!

Così, quando sei arrivato a casa e ti sei chiuso nello studio per suonare il piano, ho preso carta e penna, e mi sono ecclissata in camera, dove sono ora, per scriverti questa lettera, che è appena cominciata e non so dove mi porterà, a dire cosa. Ne ho tante di cose da dirti…

La prima è che le mamme pensano di dire tutto con i baci; quello che io, invece, voglio fare ora è dirti cosa c’è dentro quei baci, cosa racchiudono. Quei baci sono come i flan di cioccolato: se li apri e guardi bene,  dentro, c’è un cuore di cacao, liquido e caldo. Dentro quei baci, che non parlano ma fanno un sacco di rumore, c’è un amore che non t’aspettavi, che non conoscevi, che mai avresti pensato possibile. È un sentimento che non assomiglia a niente, che non ha nessuna forma già nota, con la quale avevi già dimestichezza. Non è quello per i genitori né per i fratelli, non è l’amore per gli amici né per parenti, ed è molto lontano anche da quello per tuo padre. È un amore che non ha misura, nessuna quantità; non ha inizio e non ha fine. È buffo, ma non ricordo quando ho cominciato ad amarti, perché mi sembra che, nella mia vita, tu ci sia sempre stato. Eppure, la ricordo bene la prima volta che ti ho visto; non dico nello schermo. Di quel puntino luminoso e di quel cuore che batteva non ho un ricordo languido, non mi sono sciolta come fanno in tanti, non ci ho visto più di quel che era: il miracolo grandioso della vita, sublime e scontato nel contempo.  È stato un po’ come vedere un documentario, che ti mostra il progresso della scienza o della medicina. Guardavo e vedevo un puntino, incerto, in un nero informe. L’emozione è stata tanta, invece, anche se assolutamente controllata, la prima volta che ti ho visto per davvero, in carne e ossa. Strillavi come un pazzo e io ti guardavo con un’emozione cauta, per l’appunto, controllata.  È strano, ma la prima cosa che fanno i figli, guardando in faccia chi li ha messi al mondo, è urlargli contro. Non ci si riconosce, non subito. Non si capisce fino in fondo. Non si ha coscienza perfetta di quel legame, unico e potente, di quell’eterno “per sempre”, forse il solo vero e insindacabile, che tu lo voglia o no. Sarà perché, quel cordone che legava, è stato appena reciso; sarà perché si è entrambi stremati, spiazzati; ma l’incontro più importante della nostra vita manca di parole, difetta di qualcosa. Tu mi urlavi contro e io non dicevo nulla. Ti osservavo, attentamente, come si guarda un quadro, un’opera d’arte, cercando di coglierne i dettagli nell’insieme, le sfumature, i bordi. Era una specie di curiosità invasiva, forse è per questo che mi urlavi contro. Cercavo di vedere bene come eri fatto, se somigliavi all’idea che mi ero fatta di te, se avevi qualcosa di me, che mi facesse dire: è mio, è da me che viene! Be’, non somigliavi affatto all’idea che mi ero fatta di te: eri grosso, affatto delicato nei lineamenti, piangevi al limite del tollerabile e avevi troppa fame. L’amore per i figli, mi avevano detto, è qualcosa di automatico, scatta immediato, non appena vi guardate. Per me fu un po’ diverso: io ti guardavo, prendendomi del tempo. Guardavo un’alterità, perché questo di fatto eri, qualcuno da imparare a conoscere, scoprire, amare. Non t’avevo scelto, non mi avevi scelta, ma eravamo parte l’uno dell’altro, proprio come il cuore caldo dentro il flan. Mentre gli altri si affaccendavano nel chiedersi se avessi le mie orecchie o il viso di tuo padre, io, dentro di me, pensavo: sarà felice? Saprò amarlo? Sarà contento di avere me come madre? I figli non ti scelgono, né tu scegli loro; tutto quello che potevo augurarmi è che noi ci scegliessimo, non appena ci fossimo conosciuti meglio, pregi e difetti, e tu ne hai tanti, e io più di te. È strano, ma di te, ora, amo i difetti tanto quanto i pregi. Si dice che la forma più alta d’amore si manifesti quando, di qualcuno, ami perfino i difetti, e riesci ad amarli perché li capisci, capisci da dove vengono e ti intenerisci. Ma poi, a dire il vero, i difetti non esistono, esiste solo il carattere, e tu ne hai da vendere. Sei nato con “la mosca al naso”. Hai un neo, evidente e scuro, proprio sulla punta del naso, che grida carattere, temperamento. Quel neo è un imperativo! È l’imperativo con cui guardi il mondo. Mi piace pensare che sia un radar, potente e misterioso, con il quale capti i segreti dell’universo, nell’attesa di svelarli, un giorno, agli umani, che t’ascolteranno affascinati e muti. Mamma è pazza! - ti starai dicendo. È proprio vero: di te, amo anche i difetti; forse perché li ho visti nascere, proprio come te. E tu li ami i miei? Hai imparato a conviverci come si fa coi buoni coinquilini? Li sopporti o li detesti?

Un’altra cosa bizzarra dell’amore per i figli è rimanere inebetiti dall’odore. È strano, figlio mio, ma se ti guardo, oggi, non è il tuo viso così bello la cosa che più mi piace, né il tuo sedere tondo e morbido. La cosa che più mi fa impazzire di te è l’odore. Mi sembra di sentirti: ma la smetti di annusarmi! Quando t’abbraccio, sniffo; sniffo l’odore della vita. Sai di ossigeno, misto a tiglio, con una punta di leggerissima vaniglia. Tu non stuzzichi solo il cuore, stuzzichi il palato. E chi ti stuzzica palato e cuore t’ha rapito! È la via del non ritorno. Ti riconoscerei ad occhi chiusi, tra milioni di persone. Riconoscerei il tuo odore, ovunque.

Non ti amo perché sei mio figlio, amo l’individuo che sei, che diventi, ogni giorno che passa. Amo gli occhi con cui guardi il mondo, le tue decisioni, la tua intelligenza. Adoro quel tocco energico che dai al tovagliolo per pulirti il muso, il tuo passo deciso, le note che strimpelli. Amo il modo di sorridere di quell’ometto che mi sta di fronte e mi riempie le giornate, sfiancandomi a domande. Non sai quanto mi piace il tuo modo impertinente di disubbidirmi e quello goffo di domandare scusa. M’incanta, alla sera, quel modo che hai di aggiustare le lenzuola, quella regalità con cui ti metti a letto: sembri un sovrano che, deposta l’armatura, s’accinge a dire al mondo di dormire. Amo il tuo buongiorno spettinato, il modo che hai di salutare, alzando la manina in una strana verticale obliqua. Amo quando manifesti le tue ragioni, con forza e grinta; quando ti innervosisci, perché ti sembra ( e ti sembra solo) che non t’ascolti. Adoro il tuo modo di respirare, solenne; le tue ginocchia; l’incavo delle scapole. Amo le tue bugie, innocenti e dolci; il tuo non palesare, il tuo riserbo. T’amo più della vita, quella che t’ho donato, quella che m’hai donato, quella che ci ha cresciuti insieme, che t’aspetta e che m’aspetta ancora.

Chissà se ora sei deluso: - Ma è solo mamma! Non è una lettera per me, è la mamma!

Chissà, magari queste parole non ti sembreranno neppure della mamma, di quella che cucina le patate e ci spreme la maionese sopra. Ti sembreranno strane e non tutto capirai ma, magari, un giorno, quando sarai grande e le rileggerai; quando avrò smesso di esercitare quel ruolo rompiscatole di comandante-impartisci regole e divieti; quando mi guarderai e le mie rughe ti inteneriranno il cuore; allora, te lo scalderanno, il cuore, queste parole, e ti bagneranno pure gli occhi, figlio mio! E ti ricorderai di quel giorno che sei tornato da scuola e hai trovato questa lettera, con la quale la mamma ti spiegava cosa c’è dentro ai suoi baci.

Le lettere sono parenti dei racconti, delle fiabe, ma, a differenza di un libro, non hanno titolo. Se questa dovesse averne uno, sarebbe: “Quello che c’è dentro ai miei baci”. Potrei venire ora, mentre stai suonando, e dartene uno; invece, ho deciso di dartelo così, con questa lettera. Questo è il mio bacio più speciale: il mio bacio di carta. È un bacio che fa un sacco di rumore, molto più dello scrocchio sulla guancia; perché, non lo sai ancora, con carta e penna si può fare un sacco di rumore, molto più che con le labbra.

Ti voglio bene, infinitamente, ma questo già lo sai.

Ti regalo un bacio di carta.   

 

Mamma