Il Colore della gioia

(un pic-nic dentro ai tuoi occhi)

 

 

 

 

 

 

Opera finalista Premio Speciale

Festival Nazionale della Fiaba "Calabria Magica"

Premio Charles Perrault

nell'Antologia Il  Sentiero Magico,

a  cura di Bonifacio Vincenzi, Il Musagete 2014.

 

 

 

     

 

     

     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     

 

 

 

 

     

     Melba non sorrideva mai. Si crucciava per il fatto di essere brutta, anche se, brutta, non lo era affatto. Forse, in cuor suo lo sapeva, ma non dava ad altri la soddisfazione di ammetterlo, né di fare sorriso alcuno.

     I suoi genitori se ne rattristavano e cercavano di ricoprirla di doni pur di strapparle ciò che era impossibile: un cenno di gioia.

     Ogni giorno, sua madre provava con qualcosa di nuovo:

     - Staresti d’incanto con la frangia, tesoro! Che ne dici se cambiamo un po’ pettinatura?

     - Sarebbe inutile, sarei brutta ugualmente! - rispondeva Melba, schivando senza esitazione ogni proposta.

     Ma, l’indomani, la madre era di nuovo all’attacco:

     - Andiamo alla festa di Viola?  Proviamo i nuovi orecchini?

     - Non voglio! Non voglio! Non voglio! - ripeteva Melba.

     Ogni mattina guardava il suo viso sperando di vederlo all’improvviso cambiato, di cogliere un naso diverso, una nuova bocca, un espressione degli occhi che le infondesse coraggio e fiducia in se stessa. Ma il suo naso era identico al giorno precedente, e identica era la sua bocca; insomma, ogni mattina: la stessa espressione negli occhi e lo stesso sguardo severo.

     Aveva smesso di giocare persino con Ghillian, il figlio dei vicini, l’unico che vedesse di buon occhio e al quale concedesse un po’ del suo tempo giocando in giardino. Non faceva domande, Ghillian. Non ne aveva mai fatte. Non era insistente, non la pregava di andare a una festa, non le chiedeva “ cos’hai? ”; insomma, non pretendeva che fosse felice. A Melba sembrava l’unico che la trattasse come una persona normale, senza esigere che fosse qualcun’altra, diversa da com’era.

     Un giorno bussarono alla porta: era Ghillian.  Aveva in mano un modellino di aeroplano e chiedeva al padre dell’amica se questa fosse in casa. L’uomo chiamò la figlia, e la ragazzina arrivò con una faccia più scura che mai.

     - Ciao Melba, - disse Ghillian - è un po’ che non ti vedo. Volevo sapere se stavi bene e se avevi voglia di scendere in giardino. Potremmo andare a provare il mio nuovo aeroplano. Ti va?

     - Non ho voglia, -  rispose la ragazzina - ho litigato con mia madre per via di una festa, l’ennesima alla quale vorrebbe spedirmi, ma io non ho nessuna voglia di andarci.

      In quel mentre arrivò la madre e, strizzando l’occhio a Ghillian, disse:

     - Ghillian, per favore, potrei farti una domanda?

     - Dica, signora - rispose il ragazzino.

     - Secondo te, mia figlia, è bella o brutta?

     Il ragazzino inchiodò lo sguardo di Melba e rispose:

     - È brutta, signora! Bruttissima!

     La madre sbiancò: non era certo questa la risposta che attendeva. Aveva sempre immaginato che Ghillian avesse un debole per sua figlia, ed ora era ammutolita e sgomenta.

     - Hai visto, mamma? - disse Melba. - Persino Ghillian pensa che io sia brutta.

     Non lo disse col solito sarcasmo. Era evidente che le parole dell’amico l’avevano colpita, in un certo senso ferita.

     - Col suo permesso, signora, vorrei portare Melba nella sua stanza – disse all’improvviso il ragazzino.  - Vorrei che si guardasse allo specchio per poterle mostrare, ancora una volta, quanto è brutta.

   La madre della ragazzina, visibilmente imbarazzata, liquidò il tutto con un: – Fate pure ciò che volete! - scomparendo, in men che non si dica, nel soggiorno.

     Melba fu condotta in camera da Ghillian senza troppa grazia. La mano dell’amico le serrava il braccio, e lei lo sentiva disintegrarsi  sotto la pressione di una forza alla quale non poteva sottrarsi.

     “È bruttissima!” - si ripeteva percorrendo il corridoio. Eppure quella frase, che si era detta lei stessa tante e troppe volte,  pronunciata da Ghillian, le provocava un moto di ribellione suonandole oltremodo sgradevole, tanto sgradevole quanto la propria faccia.

     Arrivati in stanza, Ghillian la inchiodò allo specchio e le disse:

     – Guarda, Melba! Cosa vedi?

    – Vedo una ragazzina brutta…  – rispose l’amica esitando un poco. La spavalderia nell’affermare che era brutta sembrava, infatti, svanita nel nulla.

    - Si, sei brutta! -  le ribadì l’amico. Poi, si sistemò dietro di lei, le prese il viso con dolcezza e, posate due dita all’estremità delle labbra, le allungò delicatamente verso l’alto.

     - E ora cosa vedi? - le chiese.

     - Non sembro io…  - rispose la ragazzina esitando ancora.

     - Vuoi dire che cominci ad essere meno brutta? - incalzò Ghillian.  - Aspetta, guarda adesso.

     Senza togliere le dita  dall’estremità delle labbra, con l’altra mano tirò delicatamente la pelle accanto agli occhi. Con quella dolce pressione, il naso di Melba si alzò fino ad arricciarsi.

     - Adesso cosa vedi? - le chiese nuovamente l’amico.

     - Una stupida… - rispose Melba con voce arrendevole.

     - Esatto! - replicò lui. - Una bellissima stupida!

     Si chiama sorriso! – continuò il ragazzino. - Se vuoi, Melba, puoi farlo da sola.

     - Vuoi sapere davvero perché il tuo viso è brutto? - le disse allentando la presa. - È perché non c’è gioia nel tuo viso! E vuoi sapere perché i tuoi occhi appaiono spenti ed insignificanti? È perché non c’è la luce dell’allegria dentro ai tuoi occhi! Troppo impegnata a pensare che sei brutta, lo sei diventata davvero, Melba. Prova a sorridere, fallo da sola! Guarda com’è bello il tuo naso quando ridi! Guarda il verde dei tuoi occhi! C’è un prato in primavera nei tuoi occhi quando ridi!

     Melba stava sorridendo, di un sorriso quieto. Si guardava negli occhi, cercando di scorgervi il prato che vedeva Ghillian.

     - Sei bella ora! - le ripeté il ragazzino. - Talmente bella, che mi verrebbe voglia di farci un pic-nic dentro ai tuoi occhi! Vuoi sapere cos’è davvero brutto, Melba? Brutto è un viso senza gioia! Un viso senza gioia è come una strada senza luci, come un viale senza alberi.

     Melba stava facendo le sue prove di sorriso e, dentro lo specchio, dietro di se, poteva vedere Ghillian. Lo vedeva riprendere in mano il modellino di aeroplano e farglielo svolazzare tra i capelli sorridendo. E vedeva se stessa sorridere con lui mentre fingeva di scansarlo. Sorrideva e si sentiva bella, per la prima volta in vita sua!

     Poi, prese la mano dell’amico e disse:

     – Vieni, andiamo in giardino a vedere come vola alto il tuo aeroplano.

     I due ragazzi arrivarono in soggiorno tenendosi per mano.

     Poi, Ghillian, rivolto alla madre dell’amica, disse: 

     – Col suo permesso, signora, porterei la ragazza più bella del quartiere a giocare in giardino.

   Lei lo fissò incredula, poi guardò Melba: non sapeva che sua figlia avesse due fossette meravigliose, che le guarnivano il viso come una ciliegina su una torta.