Poesie da La Sabbia che dalle mani scivola

 

 

 

La sabbia che dalle mani scivola

 

Incerto il mio viaggiare,

incerte le vele.

Incerto il mare

e il clemente o inclemente

volere del cielo.

 

Incerto questo timone

ed i suoi giri.

Incerta questa coperta

che tengo addosso,

la tua.

 

Certe le sponde,

l'approdo,

il porto.

Certa la sabbia

che dalle mani scivola.

 

 

 

Ho girato il mondo   (opera inserita nell'Antologia "Il Federiciano", 2012 - libro blu - Aletti Editore)

 

Ho girato il mondo

cercando ciò che ho perduto.

 

In ogni vicolo,

su ogni gradino ho sostato in affanno

per scorgere il volto di ciò che avevo perduto.

 

Ma grande è la lezione del mondo

e della vita che vi scorre lenta,

perchè nel mondo ho trovato

ciò che mai avevo avuto.

 

 

 

Arrivi tu  (opera segnalata al Premio Letterario Nazionale "Tonia Giansante", 2013)

 

Arrivi tu

e tutto cessa

e tutto ha inizio.

 

Ed è perfetto questo angolo di mondo sottratto agli dei,

perfetta è la ruota

dove girare era affanno,

perfetto il suono,

il battito.

 

Arrivi tu

a placare burrasche,

a colmare il bicchiere,

con misura e con l’eccesso

folle, divino.

 

Arrivi

ed è pieno il deserto

di cavalli sellati.

 

Pieno è lo sguardo

colmo d’orizzonte,

di terra che attende il passo che calpesta,

percorre,

segna.

 

Arrivi tu

ed è ricomposto il tutto informe,

decifrato è il codice,

svelato il fine ultimo,

aperto l’infinito.

 

 

 

Liberi  (Diploma d'Onore Premio di Poesia "Candia Il Gioiello" 2012)

 

Liberi,

siamo liberi.

 

Liberi di non sentire più nulla,

di non averci addosso,

di raccontarci favole

a cui dobbiamo credere.

 

Eppure sono sbarre quelle che vedo davanti al futuro,

davanti ai sogni,

sbarre tra me e il mondo

che mi viene addosso, contromano.

 

Eppure non ha odore questa libertà,

non l’odore del mare

né del pane appena sfornato,

non quello del tiglio, neppure del mirto.

 

Manca di sapore questa libertà,

non è quello del vino

né del basilico fresco,

non è neppure cioccolata.

 

Non c’è spessore in questa libertà,

ma la libertà è leggerezza,

dicono,

una leggerezza tutta da imparare.

 

Liberi,

siamo liberi.

 

Che sbarre ha la tua libertà?

Quale prezzo la leggerezza da imparare?

Che odore ha la tua libertà?

Sa di pioggia? O è siccità che ti secca la gola?

 

Liberi,

siamo liberi.

 

Liberi di guardare le nostre mani

vuote.

 

 

 

Occhi per guardare attraverso  (segnalazione di merito della giuria al Concorso di Poesia "Tracce Per La Meta", 2014 -                                                                                      opera inserita in Antologia Collana Arancione n. 128)

Mani bianche incrociate da estranei

a stringere i sacri anelli

dell’umana disperazione o speranza.

Questo è tutto.

 

Questo - Ti chiedo – è tutto?

 

È tutto in quelle nocche

incrociate

che carezze hanno dato

e che più non prendono?

 

Sigillati per sempre sono gli amori,

i baci dati e non dati,

le albe e i tramonti?

Sigillata è la bocca?

 

Questo Ti chiedo,

rispondi.

 

Fa' che a dirlo sia l’albero frondoso

o gli occhi del bimbo

o la saggezza della vetusta età

che a mani incrociate anch’ella s’appresta.

 

Fa' ch’io possa scorgere

il segnale di questa risposta nel mondo,

ch’io abbia occhi per vedere ciò che ora non vedo

e orecchie per udire ciò che ora non odo.

 

Donami tempo per capire,

per guardare e vedere ciò che è aperto e che è chiuso,

ciò che ha nome

e ciò che nome non ha.

 

Questo ti chiedo:

fa' ch’io abbia occhi

per guardare attraverso.

 

 

 

Tra la terra e il cielo   (opera vincitrice del Secondo Premio Letterario Nazionale "Tracce Per La Meta", 2014)     

 

Che tu possa avere la forza del vento

che sparge e attraversa,

scompiglia e muta.

Tuo possa essere il fiero volo dell’aquila,

quel veleggiare composto

in semicerchi ampi.

E, dell’aquila, possa tu avere la vista.

 

Che tu possa avere l’umiltà della terra

che accoglie ed attende

e, cento volte, restituisce il dono.

Possa tu vivere con la costanza dell’albero

di una quieta grandezza,

mutando i colori.

E, dell’albero, possa tu avere le salde radici.

 

Sii l’aquilone, nel volo ostinato,

in equilibrio perfetto

tra la terra e il cielo.

Per te, lontano dagli occhi,

nel silenzio di un’alba perfetta,

lasciata andare la corda,

mai smetteremo di soffiare col vento.

 

                                                                              A Kiko                                                                                                                                                                                                   16.06.2013

 

Senza Aratro  (opera vincitrice del Secondo Premio Letterario Nazionale Contemporanea 2014 – Alexandria Scriptori Festival)

 

Noi,

che una lettera è solo quella dell’alfabeto,

che il francobollo è un antenato,

che una pagina di carta ci affatica.

 

Noi,

che la foto stampata è un cimelio con i nonni,

che il quotidiano non ha più odore,

non macchia più le dita.

 

Noi,

che se sei sveglio lo sappiamo da whats’app,

che lasciamo a facebook le chiavi di casa sotto lo zerbino,

che in una sim c’è tutto ciò che siamo e che sappiamo.

 

Noi,

che il battito del cuore è solo un vibracall,

e un bacio della buonanotte è un grasso emoticon,

un decapitato che non ti sfiora il viso, che non ti scalda il collo.

 

Noi,

che ci nascondiamo dietro un occhiale che non serve,

che se ci trema la voce è solo per il mal di gola,

che un altare è solo per un matrimonio o un funerale.

 

Noi,

che uno è poco e due è già troppo,

che un compagno per la vita è un invasore,

che il per sempre è un lucchetto che arrugginisce sopra un ponte.

 

Noi,

che ci dividiamo i figli nei weekend,

che portiamo a spasso i cani invece dei bambini,

che grandi  è a cinquant’anni.

 

Noi,

che la pelle è un foglio che un ago imbratta,

che non sappiamo un numero a memoria,

che a calcio ci giochiamo con il joystick.

 

Noi,

che non abbiamo più segreti e fantasia,

né promesse da mantenere,

né sogni da sognare.

 

Noi,

che questo paese ci è stato presentato ad una festa,

che ora abbiamo gli avanzi di un banchetto,

la sala da pulire.

 

Noi,

che l’inno nazionale è solo alla partita,

che un lavoro dura come una vacanza

e una vacanza stanca più d’un lavoro.

 

Noi,

che non possiamo scegliere,

che scegliamo di non scegliere,

che, se gridiamo in piazza, è solo ad un concerto.

 

Noi,

che non ci conoscete,

che non ci conosciamo,

siamo figli vostri.

 

Siamo i figli che avete abbandonato, in un campo, senza aratro.

 

 

 

L'Alba di un nuovo giorno    (opera vincitrice del Secondo Premio Letterario Nazionale "I Segreti dell'animo", 2014)

 

È l'alba di un nuovo giorno

quella che mi tinge gli occhi,

mentre tutto cambia

e non ancora lo so.

È una tavolozza di colori,

una pagina bianca,

un regalo scontato

che troppe volte non scarto.

Se allungassi la mano

potrei prendere il verde

e sdraiata sul mondo

fermarmi a guardarlo,

potrei aprire gli orecchi

curiosa ed attenta,

consumare lo sguardo

sulle meraviglie di Dio.

Se solo volessi

potrei prendere il rosso

e fermarmi ad amare

fino a perdere il fiato,

potrei dire le cose

che taccio da sempre,

accarezzare i pensieri

fino a farli parlare.

Potrei usare il marrone

per impastare una terra

che mi sostenga salda

e porti il mio nome,

potrei dirle sta ferma

o muoviti e trema

quando t'accorgi

che non sono più io.

Potrei afferrare l'azzurro

e stemperare i pensieri,

sollevare lontano

le cure e gli affanni,

potrei tingere il mondo

e farlo girare,

correrci sopra,

imparare a volare.

 

È l'alba di un nuovo giorno

quella che mi viene incontro,

mi siedo e la scarto:

è un regalo per me.

 

 

 

Manichini affamati di wurstel   

 

Donne appese a uomini stanchi,

braccia al collo a far da catena ad appendiabiti di legno.

Dove s’è nascosto colui che move il sole e l’altre stelle?

Dove il languore?

Dove il palpito?

 

Uomini al guinzaglio, a tratti dolce, di mani arpie,

di sagome imbellettate per dare una ragione al sabato.

Dove s’è nascosto colui che ha il latrato di un alsaziano a dieta?

Dove l’infinito?

Dove l’attesa?

 

Ore stanche, consumate a portare a passeggio i silenzi

coi passi lenti dei condannati a morte.

Dov’è il per sempre?

Dove l’attimo eterno?

Dove ti sei nascosto Amore?

 

Sei nei tombini per non farti trovare

da questi scellerati manichini senz’anima?

 

Non serve nascondersi, non ti troverebbero,

neppure se indossassi il tuo sorriso migliore.

Troppo ciechi essi sono, non ti troverebbero,

neppure se in smoking, stasera,

offrissi loro una luna d’argento.

 

Di sbadigli senza sguardo è fatta la sera di costoro,

affollata di faccende rinviabili e inutili.

Nasconditi, non c’è posto per te.

Essi ignorano lo sguardo fisso, incollato su un volto,

la musica nel cuore, la testa leggera, l’odore dell’attesa.

 

Pizze di gomma li attendono, formato famiglia,

per ventri che non hanno farfalle.

Pizze di gomma, masticate da mascelle stanche,

in un locale affollato

di manichini affamati di wurstel.

 

 

 

Ti guardo passare

 

Ti guardo passare,

mescolare le carte.

Vorrei meritarti,

vorrei non temerti.

 

Diverse per tutti

sono le ore.

 

Lente, quelle dei giovani,

onnipotenti e inconsapevoli,

noncuranti di ogni lancetta,

di ogni giro.

 

Scorrono silenziose, riguardose,

un sottofondo silente

che non disturba il passo,

che non chiede il conto.

 

Lasciano che il solo rumore che s'oda

sia quello del passo gigante

del giovane uomo,

della giovane donna.

 

Più veloci delle lancette

sono le gambe di costoro,

più veloce è la parola,

il pensiero.

 

Affretta, invece, il passo

la lancetta dell'uomo e della donna maturi.

 

T'insegue,

è sempre alle calcagna.

Ti ricorda che è dietro,

ti punzecchia nei fianchi.

 

Ti spinge innanzi,

sovente è molesta.

Ti presenta il conto,

ti sfianca a domande.

 

Ti ricorda chi sei,

ti chiede chi sei.

Ti sveglia di notte,

si gira di scatto.

 

È una corsa a due

e tu vuoi vincere.

È una corsa a ostacoli

e devi vincere.

 

È un tiranno, infine, il tempo,

alla vetusta età.

 

T'appare grosso e minaccioso,

è il mare d'inverno.

È sempre innanzi,

lo rincorri in affanno.

 

Lo ringrazi e lo temi,

gli sorridi e hai paura,

paura che scappi,

che ti sfugga di mano.

 

Ti guarda dall'alto,

dei tuoi giorni è il tiranno.

Secca la gola,

attutisce i pensieri.

 

Non t'è compagno,

t'accompagna.

Non segna nulla

che tu non sappia già.

 

In uno spazio atemporale se la ridono i bimbi,

creature in equilibrio perfetto tra la terra e il cielo.

 

 

 

I tuoi occhi

 

Mi piace, la mattina presto,

dopo che l'alba ha ridestato il mondo,

immaginare i tuoi occhi.

Lo faccio, con l'odore del caffè,

mentre la luce mi disegna un rivolo di nostalgia,

proprio sul naso e sulle gote.

 

Mi chiedo che abito indossino,

se quello rosso della festa

o quello grigio dei giorni di pioggia.

Se indugiano un poco

o hanno il piglio deciso di chi va

senza voltarsi indietro.

 

Li immagino, persi nel traffico, i tuoi occhi intelligenti,

e quelle ciglia attente sempre un po' scontrose.

Mi sembra di vederla: la tua saracinesca sul mondo!

L'abbassi oggi? Non vuoi guardare?

O l'alzi e la spalanchi al sole?

S’apriranno alla meraviglia, oggi, i tuoi occhi?

 

Dura a lungo la mia colazione,

c’è cibo in abbondanza,

mangio di gusto e immagino i tuoi occhi.

Se faranno fatica a concedersi,

a lasciarsi guardare,

o se andranno incontro al mondo vispi e curiosi.

 

Mi chiedo se danzeranno col vento

o aspetteranno domani, il domani.

Se si tireranno indietro e vorranno stare soli

o si concederanno, anche solo per inerzia.

Simuleranno l'allegria oggi i tuoi occhi?

O sarà vera gioia?

 

A me piace immaginarli in festa

coi colori della primavera.

Hanno il colore delle piante, i tuoi occhi,

di quelle che non spezza il vento.

Dove si posano ora?

Che musica ascoltano?

 

Cosa cucineranno oggi i tuoi occhi?

Sarà veloce il loro pasto?

O si consumerà lento e cadenzato,

come il rituale della vita?

Saranno indulgenti, persino accomodanti?

O chiederanno quel che avere non si può?

 

Ameranno i tuoi occhi?

Amano ancora?

La lontananza, sai, non è come il vento,

è come il gelo,

che ghiaccia la neve

e non la scioglie il sole.

 

 

 

La più bella cosa

 

La sola cosa che ho avuto da te

è il pensiero,

costante,

che sento sul collo come fiato,

non a braccare

bensì a scaldare,

una fiaccola d’amore

che mai si spegne.

 

La sola cosa che porto addosso di te

sono gli occhi,

a penetrarmi la carne,

non come spine e pallottole

bensì come laser

che cura e guarisce,

come manto che porti addosso

per coprirti dalle brutture degli umani.

 

Il solo posto che ho abitato con te

sono i mille crocevia di mille strade,

nessuna percorsa.

Tu ed io,

senza dircelo,

fermi in silenzio a guardare

nella stessa direzione

le infinite possibilità negate.

 

La sola cosa che so di te

è che è in te che sono,

è in me che sei,

tutti i giorni di sole e di pioggia,

col nero e col bianco,

nel respiro e nel battito,

sempre,

in un calendario di giorni affollati e deserti.

 

E quando lo scordo

è perché non vivo,

è perché mi sono seduta un istante

per provare a giocare a morire.

La sola cosa che mi rimane di te

è la più bella cosa che abbia avuto mai

perché è quello che a realtà

non è dato sporcare.

 

Quello che ho avuto da te

come vedi è tutto.

Questo, almeno, permettimi:

lascia che io sia

il tuo sguardo più bello,

il tuo gesto migliore,

le parole che scegli

per raccontarti l’Amore.

 

 

 

In quest'autunno di Monet

 

Sonnecchia la città

questa domenica pomeriggio d’autunno.

Sonnecchiano gli alberi

coi colori mozzafiato

ad annunciare mutamenti.

 

Un nuovo monumento è sorto in un larghetto

d’aiuole profumate e belle,

ordinate,

proprio come a rendere un omaggio,

un tributo.

 

Hanno asfaltato di fresco

la strada che porta alla chiesa.

Lunghi filari d’alberi

hanno piantato

sulla via che conduce alla scuola.

 

Domani ripartirà

assordante

la forte operosità del mondo.

Veloci le formiche,

lente le cicale.

 

I nostri bimbi usciranno da scuola

grandi, forti,

come quegli alberi

che s’apprestano a innalzarsi

dritti e maestosi.

 

Se potessi vederlo,

vedere il tuo sguardo nel suo!

Se potessimo guardarlo insieme,

guardarci ancora,

tu in me, io in lui!

 

È cresciuto quel piccolo neo che ha sul naso,

domina la scena

del suo viso furbetto,

si staglia al centro, come un imperativo,

grida carattere, temperamento.

 

Lui li aspetta

come s’aspetta il sole,

orgoglioso,

innamorato,

perché è in loro che sei.

 

Se potessi vedere, ancora,

quanto bello è il mondo

che corre veloce e poi sosta

defilato

dinanzi al sole!

 

Se potessi vedere

i giovani, caldi nei jeans,

innamorati davanti a una scuola,

baciarsi padroni del mondo

in quest’autunno di Monet!

 

Se potessi sentire

l’odore delle foglie,

il lento staccarsi

secondo la legge della vita

e della morte!

 

Se solo sapessi arrendermi

a questa terribile legge che t’ha presa,

che mi prenderà,

che si prenderà quel neo

e la mia penna, e tutto!

 

Se solo potessi infrangerla,

questa legge,

io, che le infrango spesso!

Befferei giustizia

perché mai ci sarebbe pena.

 

 

 

È vita

 

Lascia che piova,

ci salveremo.

Sul nostro monte è già pronta la mia arca.

 

Intere notti e interi giorni hanno lavorato queste mani,

senza posa,

il fiero legno del faggio.

 

Tu

Io

Un pennello

I colori

L’acqua

Un disco

Tanta cioccolata

 

Non abbiamo bisogno d’altro.